Una chiacchierata con Massimo Pecci (di Lucio Virzì)

Nel numero 1/2026 de L’Appennino abbiamo raccolto le testimonianze di alcuni soci che si sono cimentati in entusiasmanti viaggi alla ricerca della neve più bella, per escursioni e sci, nel nord d’Europa, alle Faroe, alle Lofoten ed alle Svalbard. E’ questo il destino dell’appassionato di sport invernali?
Innanzitutto è veramente un grande piacere poter rispondere alle vostre domande, mai banali e sempre interessanti, contribuire a L’Appennino e restituire ai consoci ed alle consocie la conoscenza acquisita in tanti anni di studio, attività lavorativa, anche all’interno del sodalizio. Anche se la risposta, soprattutto in tema di Criosfera, ghiacciai e clima non può essere mai definitiva, vista la velocità con cui avvengono i cambiamenti. In merito alla domanda, credo che la considerazione da fare sia che effettivamente, proprio perché la dinamica non solo climatica ma anche atmosferica è talmente veloce, si fa fatica a dare delle risposte che prefigurino degli scenari futuri quantitativi in termini di aumento della temperatura o stazionarietà della stessa. Di conseguenza è parimenti difficile analizzare la dinamica dei ghiacciai o della distribuzione geografica, della presenza stagionale e dello spessore della neve. E allora … qual è la risposta che possiamo dare? Probabilmente bisognerà, rispetto alle stagioni che di volta in volta si presenteranno, spostarsi nei luoghi, sulle montagne, e negli scenari innevati dove sarà possibile per gli appassionati di alpinismo, sci alpinismo, sci da fondo, cimentarsi su una montagna in livrea invernale. Per trovare situazioni geografiche che al momento per la presenza della neve, soprattutto in spessore, quantità e durata, possano garantire la riuscita delle nostre avventure, non è tuttavia necessario andare nel Grande Nord. E’ possibile farsi una sciata da fondo nelle foreste incantate, quando condizioni favorevoli, –come quest’anno – si presentano anche nelle faggete più vicine a Roma. L’invito è, quindi, a portare avanti, come da nostra tradizione e in maniera responsabile, un escursionismo, un’avventura invernale consapevole e evitiamo di amplificare ulteriormente il problema con l’utilizzo di aerei e di mezzi a impatto ambientale, comunque, non nullo. Alta quota da una parte e alte latitudini dall’altra, ossia avvicinarsi sempre più ai “poli” del nostro pianeta, potranno, nell’immediato, garantire ancora una presenza della neve al suolo ed attività invernali; però abbiamo visto come proprio nelle zone dove era maggiormente presente e persistente la Criosfera, il riscaldamento climatico e quindi l’effetto di questi cambiamenti, hanno colpito più duramente, soprattutto sulle montagne in Artide e in maniera leggermente diversa in Antartide, oltre che su tutte le catene montuose.

La valle delle renne, Reindalen, la più grande di Spitsbergen che non presenta ghiacciai – Foto Mauro Saltalamacchia
Questo inverno (2025-206) sembra essere piuttosto anomalo: settori dell’Appennino che usualmente sono molto carichi di neve (Altopiano delle Rocche) sono secchi, ed altri invece, come il Terminillo, sono sommersi. E’ sintomo di un cambiamento su scala globale o un fenomeno locale?
L’andamento di questo inverno è stato piuttosto anomalo, soprattutto se confrontato con quello degli anni immediatamente precedenti in cui le precipitazioni sia liquide che solide (nevose) sono state rare producendo delle invernate, tutto sommato, secche. Direi che l’aspetto principale di questo inverno è soprattutto la quantità di precipitazioni, accoppiata all’altra variabile, che oramai sta diventando una costante, delle temperature molto più miti. Il “mix” ha comportato, in sostanza, un innalzamento del limite delle nevi e, quindi, abbiamo avuto un’alternanza di pioggia e neve o nevicate molto bagnate al di sotto dei 1700-1900 m e precipitazioni dello stato solido soltanto sopra i 2000 m. Questo si é tradotto in un’anomalia nella distribuzione delle precipitazioni solide e in un innalzamento del limite delle nevi, anche questo inquadrabile negli scenari IPCC(*): anche se le temperature sono aumentate questo non vuol dire che le nevicate non si verificheranno più, bensì saranno distribuite in maniera diversa soprattutto con fenomeni particolari e al di fuori della norma, in alcuni casi estremi, e a quote più elevate. Lo stesso dicasi per i fenomeni valanghivi… proprio perché la neve si va spostando sempre più in alto, anche i distacchi delle valanghe seguiranno lo stesso andamento. E se le nevicate sono cospicue, come ad esempio quest’anno è avvenuto in tutta la parte ad alta quota del Gran Sasso, sopra i 2200- 2500 m, si può assistere a fenomeni valanghivi con una scala molto più ampia rispetto al passato eventi che si innescano in alto, ma che, in linea con gli scenari già studiati, tendono ad arrivare anche molto in basso. Per quanto riguarda altre eccezioni sulla distribuzione delle precipitazioni nevose, visto che l’inverno non é ancora finito, il “consuntivo” lo faremo in primavera, a seconda delle località normalmente più nevose o meno, con un andamento che, quest’anno, sarà probabilmente da attribuire a fattori locali.
Ci siamo ormai abituati a considerare il Calderone come un Glacionevato, quando fino alla metà del secolo scorso ancora era sciabile in estate, come si potrebbe invertire questa tendenza? Quanti anni di precipitazioni abbondanti e cicli di accumulo sarebbero necessari?
Il Calderone fino alla fine del millennio scorso, in coincidenza con l’anno idrologico di passaggio fra il 1999 e il 2000, da apparato unitario in sofferenza si è suddiviso e si è trasformato in un sistema glaciale costituito da due glacionevati, o glacièrets, in francese. Cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro? La tendenza dei ghiacciai, e più in generale di tutta la Criosfera è verso una progressiva riduzione con perdita di massa evidenziata, nel caso dei ghiacciai alpino/himalaiani in possesso di una lingua glaciale, da un arretramento proporzionale all’innalzamento delle temperature. Il Calderone, in quanto sistema glaciale confinato nel vallone omonimo, non può far altro che resistere in maniera sempre più resiliente, mantenendo ancora una buona massa e spessori “inaspettati”, favoriti entrambi dall’azione di protezione svolta dalla copertura di depositi glaciali soprastante al ghiaccio, che lo proteggono dagli effetti della radiazione solare diretta. Infatti, a seguito della perforazione ICE MEMORY condotta nella tarda primavera, fra aprile e maggio del 2022, dall’Istituto di Scienze Polari del CNR con un’apposita sonda, dotata di uno speciale carotiere campionatore sono stati misurati e prelevati 27,2 m di ghiaccio; quindi la tendenza per questo sistema glaciale, anche se non più come unico apparato, è quella di resistere in maniera resiliente alle mutate condizioni. Per invertire la tendenza dovremmo aspettarci estati più fresche, come succedeva appunto nel secolo scorso, quando erano frequenti nevicate anche durante il periodo tardo primaverile e qualche volta anche d’estate per il passaggio di perturbazioni fresche. Era la normalità, al punto che, proprio nel circo del Calderone, veniva disputata una gara di slalom gigante, fino alla fine degli anni ‘60 sicuramente, proprio a chiusura della “stagione”, quindi in primavera avanzata, qualche volta addirittura fino ai primi di giugno. Per ritrovare le condizioni di quei tempi dovrebbe invertirsi la tendenza e soprattutto diminuire la temperatura; ciononostante, continuiamo a registrare alla fine della stagione invernale precipitazioni molto abbondanti che, qualche volta, com’è accaduto negli ultimi anni, superano i 10 m di spessore complessivo della neve invernale accumulata. Abbiamo, quindi, da questo punto di vista una situazione in controtendenza rispetto alle precipitazioni meno abbondanti nei settori alpini degli ultimi anni.

La parte alta del Ghiacciaio del Calderone in inverno – Foto Lucio Virzì
Massimo Pecci è Istruttore regionale di alpinismo (IA) del CAI dal 1988, ma anche ricercatore del Comitato Glaciologico Italiano dal 1994 ed esperto nivologo dell’Aineva (Associazione interregionale di coordinamento e documentazione per i problemi inerenti alla neve e alle valanghe) dal 1995; da oltre 20 anni è docente a contratto in corsi universitari sulle tematiche relative alla criosfera e alla montagna di vari atenei; dal 2021 insegna “Nivologia e glaciologia” a Scienze della Montagna (Università della Tuscia, sede di Rieti).
(*) Gli scenari IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), in particolare quelli del Sesto Rapporto di Valutazione (AR6), delineano un futuro di significativa riduzione dell’innevamento a livello globale e regionale, con impatti diretti sulle Alpi e le aree montuose italiane. Le proiezioni aggiornate al 2022 (report del 2018 su neve stagionale, ghiaccio e permafrost https://www.ipcc.ch/site/assets/uploads/2018/03/ipcc_far_wg_II_chapter_07.pdf e report del 2022 per le aree di alta montagna https://www.ipcc.ch/site/assets/uploads/sites/3/2022/03/04_SROCC_Ch02_FINAL.pdf indicano nel corso del XXI secolo:
- riduzione della durata e dello spessore: la copertura nevosa diminuirà nella maggior parte delle regioni terrestri durante il XXI secolo, con una riduzione più rapida a quote basse e medie;
- fusione anticipata: le stagioni della neve si accorceranno, con un inizio dell’accumulo più tardivo e un disgelo primaverile anticipato;
- elevazione della “Snowline”: Il limite delle nevicate (circa equivalente alla quota dello zero termico) si alzerà, spostando le nevicate a quote sempre più elevate;
- impatto delle Temperature: anche un leggero aumento della temperatura media ha un impatto drastico, poiché la neve in molte zone temperate si trova già vicino al punto di fusione.
Gli effetti sono previsti diversi – peggiorativi – a seconda che avvengano con un riscaldamento di + 1.5°C, di + 2°C o superiore, fino a + 4°C (Climate Change 2021: The Physical Science Basis. Contribution of Working Group I to the Sixth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change, in particolare https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg1/figures/technical-summary/ts-infographics-figure-1 ).